Festa di S. Giuseppe

 
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Sul culto di S. GIUSEPPE, patrono di Villalba, pubblico questo scritto tratto dal libro di Giovanni Mulè Bertòlo, “MEMORIE DEL COMUNE DI VILLALBA” pubblicato nel 1900. Da notare la bella descrizione dei “vicchiareddi” con notizie dettagliate sulle usanze del tempo rimaste pressochè immutate almeno fino alla fine degli anni ’60.


Non mi è dato, per quante indagini e ricerche io abbia fatte, di poter dire quando e da chi, cioè, dal barone, o dall’autorità ecclesiastica, o dal voto popolare, o dal magistrato municipale, S. Giuseppe sia stato prescelto a tutelare il popolo villalbese.

Io son tentato a credere che la scelta del santo sia dovuta alla famiglia Palmieri, sapendo quanta devozione pel falegname di Nazaret si annidava nell’animo del decano sac. Michelangelo Palmieri, zio e tutore di Niccolò, compratore e perciò primo barone di Miccichè. Ma si lascino da canto le ipotesi e le supposizioni e si ammetta il fatto compiuto.

S. Giuseppe è festeggiato due volte l’anno: il 19 marzo e la terza domenica di settembre.

L’entusiasmo, la devozione e la fede, che si manifestano tanto nell’una quanto nell’altra festa sono sinceramente sentiti.

La nota speciale della festa del 19 marzo sta nei cosi detti vicchiareddi. Non c’è tugurio che in quel giorno non sia in moto per bandir la tavola a li vicchiareddi.

Il numero di questi in ogni banchetto non può essere minore di tre, dovendo esservi rappresentata la sacra famiglia: Gesù, Maria, Giuseppe. Può essere elevato sino a 19 per indi ricominciare dal 3. La elevazione procede gradatamente, aumentando ogni anno di uno il numero de li vicchiareddi. Il passaggio dal 19 al 3 è, direi, repentino. In qualunque traversia della vita, come un caso di grave malattia, un pericolo di qualunque natura ecc., il primo aiuto, che s’invoca, è quello di san Giuseppe, il quale, se le cose piegano a bene, può star sicuro che la riconoscenza gli verrà dimostrata il giorno 19 marzo col banchetto a li vicchiareddi, il cui primo numero spesso è determinato nel momento della invocazione.

Ordinariamente li  vicchiareddi sono scelti fra le classi povere, ma siccome il numero grande dei medesimi non può essere dato da tale classe di cittadini, bisogna cercare li vicchiareddi fra i fanciulli di classi piuttosto agiate.

Il pranzo si dà a mezzogiorno del 19 marzo. Tutti in quell’ora, tutti mangiano e l’odor delle vivande spandesi da ogni casa, sicchè l’aria n’è proprio satura. L’abbondanza e la varietà delle vivande sorprendono: tutto ciò che offre di cibi la stagione, ritirando i generi anche da lontani comuni e città, è lautamente imbandito. Le tavole sono apparecchiate con fasto e lusso, sempre rapporto al grado di agiatezza del devoto, che le appresta. Metà di spicchio di melarancia per ciascuno da li vicchiareddi, mi si permetta la frase, dà la stura allo sfilar delle pietanze: minestra, maccherono con cacio e sugo di carne o di uova o con mollica fritta, fritto di cavolfiore, cardoni, finocchi, bietole, pastinache, uova, piselli e fave verdi, carciofi, polpette, pesci, magari l’arrosto e chi più ne ha più ne metta. Anche il dolce, anche il caffè non fanno difetto presso talune famiglie. Si dà termine al desinare con uva passa, o con fichidindia, o con finocchi, o con lattughe ecc. ecc. Sparecchiate le tavole, li vicchiareddi ritornano alle proprie case, carichi di ogni ben di Dio: pane di s. Giuseppe, sotto forma o di bastone o di barba o di bambino o di corona, bianchissimo e fine di grande mole, unto la superficie di bianco d’uovo cosparso di seme di papavero o di sesamo; una zinna di vacca; una grossa melarancia; un finocchio dolce; una lattuga; un carciofo. Le pietanze di s. Giuseppe non sono destinate soltanto a pasto de li vicchiareddi: c’è la parte che la devozione distribuisce ai parenti, agli amici, ai vicini. E però v’ha famiglie, che, non avendo vicchiareddi da festeggiare, lasciano in riposo e in pace per quel giorno la cucina, perchè son certi che la devozione non le lascerà a bocca asciutta, anzi le fornirà e in abbondanza di vivande da permettere alle medesime il potere scegliere fra tanto ben di dio. Ce n’ha da soddisfare tutti i gusti. La parola vicchiareddi, come suona la parola, ti fa credere che gl’invitati alla tavola di S. Giuseppe siano donne od uomini inoltrati negli anni. Ce n’ha d’ogni età. Il nome fu trovato, perchè nella persona dei commensali si vuole immedesimata quella del falegname di Nazaret, che in fatto di anni non la cede a chicchessia.

Nelle ore pomeridiane il simulacro è condotto in processione, con la quale si chiude la festa del 19 marzo.

L’altra festa, che si celebra nella terza domenica di settembre, va notata per un ricco apparato dell’interno della chiesa, per il solenne vespro, per la messa cantata, per la imponente processione del simulacro, per le melodie musicali, per l’illuminazione serale delle strade principali ed infine per lo sparo di macchina pirotecnica. Non mancano i bozzolari (turrunari), che detto fatto ti piantano nella piazza principale le loro modeste e semplici tende, gli spacciatori di nocciuole abbrustolite, di azzeruole e simili. Tutti i voti e tutte le promesse che si fanno nel corso di un anno si traducono in fatto. La banda musicale ha un bell’affaccendarsi nelle ore antimeridiane, accompagnando i fedeli, che a capo scoperto e spesso a pie’ scalzo vanno a depositare nella madre chiesa, come espressione dei voti e delle promesse, chi oggetti d’oro, chi cera, chi pane, chi frumento, chi danaro. E il buon vegliardo vede così costituirsi un discreto gruzzoletto: non per niente sta scritto nella statua l’Ite ad Joseph.

Nel medesimo giorno, fuori l’abitato, ha luogo il mercato del bestiame istituito sin da remoto tempo, come leggesi nella deliberazione presa dal decurionato il 2 luglio 1853.